17 ottobre 2025, una celebrazione dignitosa e aperta al mondo
Modesta. Intensa. Simbolica. Dignitosa. Aperta al mondo. Così si è svolta, lo scorso 17 ottobre, la celebrazione a Roma della Giornata mondiale del Rifiuto della Miseria.
Modesta: non eravamo in molti, il coro gospel che ci accompagna da anni purtroppo quest’anno non era disponibile e i nostri mezzi limitati non ci hanno permesso di avere un impianto audio.
Intensa: riuniti attorno alla replica della lapide in onore delle vittime della miseria, abbiamo vissuto un momento di silenzio, raccoglimento e ascolto. Un momento intenso di fratellanza universale.
Simbolica: in altri luoghi, a Roma, e altrove in Italia, in Europa e nel mondo, altri hanno anche celebrato questa giornata, e ne siamo felici. Alcuni l’hanno fatto, e senza dubbio sono stati molti più di noi, per denunciare i governi e le loro politiche, con buone ragioni per farlo; altri l’hanno fatto aprendo le porte dei luoghi dove le persone in condizioni di precarietà e povertà possono venire a procurarsi del cibo; altri proponendo ai cittadini di passare una notte in strada come fanno, ogni giorno dell’anno, le persone senza fissa dimora; noi abbiamo scelto di celebrare questa giornata in raccoglimento, ascoltando le testimonianze di coloro che vivono nella miseria e la combattono giorno dopo giorno. Questo è per noi lo spirito di questa giornata: ascoltare la voce di coloro che non siamo abituati ad ascoltare.
Dignitosa: la dignità del silenzio, dopo la lettura del testo inciso sulla lapide, poi le Strofe in onore dei più poveri di tutti i tempi, di padre Joseph Wresinski. La dignità della musica, grazie a Luis Carlos Orellana, violinista salvadoregno, studente dell’Accademia Santa Cecilia di Roma. La dignità nell’ascolto delle testimonianze provenienti dall’Italia, dal Congo, dall’Ucraina e dalla Palestina.
Aperta al mondo: dopo la testimonianza dei nostri amici di “Passi solidali”, a Roma, abbiamo ascoltato la voce di Samuel, un ragazzo del Congo, 12 anni, che parlava della guerra nell’Est del paese. Abbiamo sentito il sui grido:
«Mi chiamo Samuel e ho 12 anni. Qui da noi ci sono dei rumori spaventosi, persone che piangono e case distrutte. A me non piace la guerra. Voglio vivere tranquillo, correre, giocare, ridere e andare a scuola senza pericolo. Il mio sogno è un paese senza armi dove tutti si vogliono bene. Mi piace la pace.»
Dal Congo, siamo passati all’Ucraina, con la lettura della testimonianza di Ersilio, un attivista del Movimento da parecchi anni, che con sua moglie Olga, ucraina, si è trasferito in Ucraina, per aiutare le popolazioni civili vittime della guerra. Diceva:
“La situazione drammatica della guerra che vive la popolazione Ucraina da anni è accompagnata dalla povertà che già era presente prima dell’inizio di guerra. Oggi il dramma povertà in Ucraina va di pari passo con la guerra in atto su tutto il territorio e che dilaga in ogni città, interessando persone di ogni età; si vive il dramma delle file , file di persone in coda che attendono di avere del cibo , o accalcate nei centri di distribuzione di aiuti alimentari disseminati sul territorio e gestite dalle varie organizzazioni e fondazioni che si occupano di scongiurare il problema del ” cibo che non basta per tutti”; si vive il dramma dell’attesa nei rifugi e negli scantinati sotto i palazzi distrutti nelle zone del fronte di guerra, dove la gente ancora è costretta a vivere, dove i membri delle organizzazioni di volontariato fanno fatica ad arrivare, mettendo oltretutto a repentaglio la loro vita, sotto gli attacchi di bombe, droni e missili russi, per consegnare aiuti umanitari di ogni genere necessari per poter sopravvivere giorno per giorno”.
Abbiamo ascoltato anche la voce di Nour-al Adin, sulla sua vita nel campo di Tulkarem, in Palestina:
“Da nove mesi il campo è stato sfollato con la forza a seguito di ripetute incursioni militari, con l’uso di veicoli e armi normalmente destinati ad affrontare eserciti regolari. Il campo ha subito decine di attacchi: bombardamenti, esplosioni, omicidi – vere e proprie esecuzioni sommarie».
Concludeva cosi:
“Spero in Dio che la pace regni sulla nostra terra e che possiamo vivere in libertà e pace, come gli altri popoli della terra. …Non abbiamo più un tetto sopra la testa a Tulkarem. Ma questa è la nostra situazione e dobbiamo dar prova di pazienza fino al giorno in cui saremo liberi”.