GLI ULTIMI, un film di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo

Italia, 1963 (87’ – bianco e nero)

Regia: Vito Pandolfi

Soggetto: David Maria Turoldo

Sceneggiatura: Vito Pandolfi e David Maria Turoldo

Interpreti: Adelfo Galli, Lino Turoldo; Margherita Tonino, Riedo Puppo, Vera Pescarolo, Elio Ciol, Laura De Cecco, Vincenzo Jacuzzi.

Il laico Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo raccontano la dura vita dei contadini friulani negli anni ’30. E’ la storia della famiglia del pastorello Checo, continuamente deriso dai coetanei; rappresenta il Friuli, con la sua umanità dimenticata: terra isolata, povera e depressa che farà della propria miseria non una vergogna ma un valore. Film in versione restaurata del 2002.

 

Gli ultimi avrebbe dovuto essere il primo episodio di una trilogia ambientata in Friuli. Era questo l’ambizioso progetto di David Maria Turoldo: una lunga elegia, non rinunciataria, degli ultimi contadini attaccati alla terra, la stessa che nel 1916 gli aveva dato i natali, amata, abbandonata e rimpianta, divenuta oggetto di poesia; ora, a cantarla voleva fosse il cinema. “Amavo profondamente il cinema! Negli anni della guerra a Milano, in mezzo alle macerie, fondai un cinema sul modello del Cineforum”, raccontava Turoldo; nel 1961, di ritorno dal Canada, è assegnato al Convento di S. Maria delle Grazie a Udine. È qui che prende corpo il progetto: Turoldo non solo riesce a racimolare i fondi necessari, ma coinvolge una troupe di assoluto rilievo, primo fra tutti il regista Vito Pandolfi. Uomo di teatro, intellettuale, studioso dello spettacolo, Pandolfi, di formazione laica, aveva condiviso con Turoldo l’esperienza della Resistenza a Milano.

A cavallo tra il ‘61 e il ‘62 anche Udine diventa così un centro di produzione cinematografica. Le riprese, durate circa due mesi, sono precedute dai sopralluoghi e dai provini agli attori, tutti reclutati tra la gente del Friuli con l’eccezione di Vera Pescarolo.

La vicenda raccontata nel film riflette alcuni temi della poesia di Turoldo: il ricordo del paese natio; la figura della madre; la miseria vissuta con dignità e non rassegnazione. Sono illustrati attraverso la storia di un pastorello, figlio di contadini affittuari nel Friuli degli anni ‘30, che per la sua indigenza viene continuamente deriso dai coetanei. Simbolicamente rappresenta il Friuli con la sua umanità dimenticata; terra isolata, povera e depressa che farà della propria miseria non una vergogna ma un valore, una fonte di forza da imporre al resto del mondo.

La prima del film si tiene al Cinema Centrale di Udine il 31/1/1963. Ma dopo il successo di questa storica serata, ha inizio una serie di accese polemiche. C’è chi si sente offeso, chi vede la propria dignità svilita da una rappresentazione reputata misera e denigratoria del Friuli. Turoldo risponde organizzando un pubblico dibattito dove illustra il senso profondo del film. Accanto alle rivendicazioni, vi sono i pareri elogiativi della critica: a livello nazionale le recensioni sono incoraggianti, arricchite dai lusinghieri apprezzamenti di personaggi illustri: Pasolini ne parla in termini di “assoluta severità estetica”, Ungaretti di “schietta e alta poesia” e Zavattini, pur non condividendo il finale, ne ammira “la scarna verità delle immagini”.

Primo esempio di cinema professionale in Friuli, il film non ha fortuna. Dopo la prima udinese circola pochissimo in Italia e ben presto le poche copie finiscono per deteriorarsi. I tempi non sono maturi per un’opera anomala nel contesto storico e cinematografico dell’Italia degli anni ‘60. Turoldo deve lottare contro i pregiudizi: la scarna realtà rappresentata suscita in chi è già proiettato in una fuga ottimistica e consumistica da miracolo economico un profondo disagio ed un senso di rifiuto verso qualcosa che appare vecchio e superato. Tutto questo determina l’impossibile visibilità del film e l’insuccesso commerciale. Turoldo abbandona l’idea della trilogia che avrebbe dovuto mostrare il futuro del pastorello trasformato in emigrante, da povero in Friuli ad arricchito all’estero, ma con la voglia di tornare nella sua patria.

Nel 1981 Gli ultimi viene rimesso nel circuito culturale in formato 16mm riportando un discreto successo solo in Friuli; con la chiusura della distribuzione, all’inizio degli anni ‘90, vengono mandate al macero anche queste copie, tranne quelle “salvate” da Cinemazero e dalla Cineteca del Friuli, le uniche che, per oltre un decennio, permettono di vedere il film sullo schermo.

Nel 1990, con una esposizione delle fotografie di scena e con la pubblicazione Turoldo, il Friuli, Gli ultimi, si riaccende il dibattito sulla necessità di restaurare la pellicola e di riproporre pubblicamente il film. Il restauro, completato nel 2002, interessa anche le scene scartate, i doppi, i provini con gli attori e il trailer d’epoca, e si presenta come un’operazione di “rinascita”, di rilettura e di diffusione. Ritorna così sugli schermi la versione a 35mm, molto poco nota in questo formato dopo le scarse visioni del 1963, e viene prodotta l’edizione in VHS e prossimamente in DVD.

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